Una passione ereditata !

Sono nata con i capelli rossi, si rossi come le carote, e mia madre appena mi vide non ci rimase molto bene,
si narra addirittura che avesse farneticato l’idea di rimettermi in pancia…
“ No, una figlia con i capelli rossi no! Mi farà morire, ho sempre sentito dire che le persone con i capelli rossi
non danno retta a nessuno, vivono in mondo tutto loro, sono imprevedibili!”
Ebbene, il vecchio detto, si è rivelato da subito in tutta la sua veridicità! Insomma i miei genitori hanno
dovuto sorbirsi questa patata bollente…beh più carota che patata.
Non dormivo mai, riuscivo ad addormentarmi solo in macchina e appena si spegneva il motore, partiva un
pianto che avrebbe infastidito pure il profeta Giobbe.
I primi due anni sono stati tremendi, non c’era pace, e per il mio terzo compleanno il nonno, appassionato
di bici decise di comprarmi un triciclo, quello per me fu il giorno zero, l’inizio di una storia importante,
vitale, e queste righe arrivano direttamente da li, esattamente da quel giorno.
A 6 anni arrrivò una legnano pieghevole, andavo già senza le ruotine da un paio di estati, del resto il nonno
era un meccanico di biciclette a Terni, lui mi seguiva con amore e passione.
In estate passavo le vacanze a casa dei nonni e io essendo la prima nipote di 4, per il nonno appunto, ero la
prediletta, ma anche quella più bacchettata per il mio carattere piuttosto irriverente e vivace. Si doveva
rimanere in casa fino alle 17,00 e dopo via tutti in cortile a giocare, la bici era la mia compagna di
avventure.
Lo so che è brutto dirlo ma, mi divertivo a schiacciare le lucertole con la ruota della bici anteriore, non
sapete quanti cerchi il nonno abbia dovuto cambiare.
Era meccanico di professione e tifava Beppe Saronni, intanto io diventavo sempre più difficile da gestire
tanto che il povero nonno per tenermi buona pensò di portarmi in officina con lui dove mi insegnava a
montare e rimontare le ruote, a sostituire i tubolari, insomma a sporcarmi le mani con le chiavi e con il
grasso.
Pomeriggi passati a sorbirmi le corse del Giro d’Italia, le Battaglie tra Moser e Saronni, ricordo ancora quella
tappa…la San Vincent-Milano la battaglia tra Moser alla Samson e Saronni al Scic…, quell’anno se non
ricordo male Moser vinse 4 Tappe e Saronni 3. Mamma mia che urli…pensate io tifavo già Moser! Non
chiedetemi perché, non lo so’ ancora benchè siano passati tanti anni….E’ ancora il mio Mito!
A 14 anni il nonno mi compra una Graziella Carnielli, nuova, fiammate, meravigliosa blu, con un fanalino
quadrato, ero innamoratissima di quella bicicletta; la passione intanto aumenta in modo esponenziale
tanto che vado volentieri anche a guardare correre mio fratello più piccolo, e proprio in occasione di una
sua corsa che ebbi il grande onore di conoscere una persona straordinaria, una grande anima che
rispondeva al nome di Alfredo martini, che tutti i giorni dopo lavoro veniva a vedere i ragazzini che
correvano per la squadra del mio paese ..la Fosco Bessi. Mi faceva sedere sulle ginocchia semplicemente
per avere un saluto. Mi alzavo e me ne andavo ad aspettare il ritorno del fratellino dagli allenamenti.
Ero un maschiaccio, sempre in bici, tanto che dall’età di 7 anni mia madre mi iscrive a danza classica con la
speranza di aggraziare i miei modi di fare .Ho praticato danza e ciclismo senza fare agonismo per tanti anni
contemporaneamente. Seguivo mio fratello durante gli allenamenti. All’età di 10 anni mi iscrissero ad una
Società di Poggio a Caiano Ma essendo l’unica ciclista femmina mi davano sempre la coppa e a me la cosa
non piaceva, correvo con i maschi ma non avevo competizione alla pari. Mi dicevo: Vinco la coppa anche
senza partire…non è giusto!

Divento grande e ricevo in regalo una bici da corsa super leggera una bici anni 70 costruita da un
conoscente di mio nonno c’era scritto Serena era celeste con le scritte bianche ..Mio nonno voleva in tutti i
modi che facessi la ciclista, e io che discutevo con mia mamma perché dovevo andare al catechismo la
domenica!!!
Adesso mi ritrovo all’età di 50 anni tondi tondi , con una gran voglia di fare qualcosa per il ciclismo, quel
ciclismo che ho conosciuto e vissuto con intensità, con un dovere morale…trasnettere la passione ai nostri
figli e nipoti…..Quella Graziella Carnielli è ancora con me, e mi diletto pure a pedalare con una bicicletta
degli anni 20 percorrendo tratti di strada dove si è scritta la storia…pensate un po’ insieme anche a un
certo Francesco Moser il mio Mito.
Sono orgogliosa di poter dire che la passione per la bicicletta nasce grazie ad un nonno che credeva nel
ciclismo, e che mi ha fatto vedere e vivere quelle battaglie tra Moser e quel furbetto di Saronni che cercava
di fare le marachelle per vincere.

LA PRIMA FIRENZE-PISTOIA

Ognuno ha i suoi MITI o forse sono semplicemente personali simpatie indirizzate verso uomini che negli anni han sempre qualcosa di fantastico da insegnare.

Se il lato narrativo del ciclismo ha preso un giorno questa direzione nella testa e contemporaneamente nel petto di chi scrive, in parte la colpa è di Loretto e della sua creatura a cronometro che in poco più di trentatré chilometri univa FIRENZE a PISTOIA considerata la corsa più antica del mondo che ha origini alla fine dell’ Ottocento, la prima gara seguita da poco più che neopatentato alla guida di un’ autovettura con Piero a fare da navigatore.

Quella mano così salda è difficile scordarsela, pareva una cesoia quando incrociava e stringeva la tua ma in cuor suo rappresentava il più dovuto dei saluti, quell’ innumerevole serie di aneddoti che usciva a raffica in ogni incontro e nelle occasioni ufficiali veniva incrementata con curiosità in successione come i vagoni del treno, come se ogni singolo istante fosse un momento prezioso per aggiungere una perla ad una collana di racconti di grande valore, le storie migliori le ho ascoltate nel corso delle sue collaborazioni con le telecronache del Giro d’ Italia a RADIORAI.

Eppure in certi casi la vita è cattiva, un uomo forte, che amava stare al centro di ogni attenzione, anche se per poco aveva conosciuto il successo in una città di successo che porta il nome di Sanremo, non tanto con le canzoni piuttosto con le volate, era da tempo costretto a combattere una malattia che lentamente disintegrava quella muscolatura potente e impediva ogni libertà di movimento.

L’ ho visto piangere senza riuscire a frenare l’ umana reazione al dolore davanti al Ballero, nella sala della Misericordia di Casalguidi, luogo dentro il quale non riesco più ad entrare e quell’ immagine m’ è rimasta impressa a lungo.

CAPOSTRADA è l’ inizio della salita che porta al Signorino sulla collina pistoiese, magari è lì che ci daremo il prossimo appuntamento, il luogo è perfetto, trampolino di lancio ideale per intraprendere la scalata verso l’ Olimpo delle leggende dove prendono posto in prima fila le tue fantastiche novelle appena abbozzate o magistralmente portate a termine che parlano di eroi intramontabili e delle loro biciclette, meglio al mattino presto, poi proseguo verso la galleria.